Video e Installazioni
Il tempo e il luogo divengono fondamentali
Nel 1963 Nam June Paik espone un monitor con il segnale alterato, è una video installazione, è l'oggetto "televisore" che viene esposto in un contesto d'arte, ma oggi, in questo momento storico, è l'immagine e non l'oggetto che vuole trovare la sua collocazione, poiché adesso il luogo per esporre un'opera può essere ovunque e in qualsiasi contesto.
"Struttura" ha porto questa occasione. Guido Cionini e Andrea di Mario hanno offerto la loro competenza, conducendo lo spettatore a confrontarsi con video sperimentali provenienti da tutto il mondo. Opere come Eden di Gerard Cairaschi o Orba Cian di Eduardo Andrès Lòpez o ancora Dies Irae di Jean-Gabriel Pèriot ci immergono in un susseguirsi di immagini e musiche che non possono non colpire chi osserva. Quello che andremo a vedere lascerà un segno. Queste opere riflettono la velocità, il gioco di effetti, di colore e musiche,di sovrapposizioni di immagini. Gli autori tiranni ci obbligano a seguire i loro tempi di fruizione, che alla fine risultano gli unici in grado di restituirci quelle sensazioni che possiamo cogliere.
Altre opere sono frammenti di vite: il video ci porta ad essere, per 20 minuti, osservatori immobili di fronte ad una finestra. Il nostro occhio diviene quello fisso della telecamera, il nostro tempo quello dello scorrere delle giornate e dei mesi. L'unica distrazione è il televisore sempre acceso in un'altra stanza, eppure quello che succede fuori dalla finestra vive… E' il caso di My Home di Andrei Zaitsev.
Lo spettatore ha bisogno di assimilare e riflettere,a questo la televisione non ci ha abituati, e forse neanche le persone che si sono soffermate sull'ingresso della sala si aspettavano questo.
"Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta nel mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d'arte, basate sui concetti dello spazio [...]. Noi spaziali ci sentiamo gli artisti di oggi, poiché le conquiste della tecnica sono ormai a servizio dell'arte che professiamo."
Lucio FontanaLa videoarte nasce come necessità di sviluppare un utilizzo dell'apparecchio televisivo ulteriore a quello di palliativo esistenziale di fronte alla realtà quotidiana.
La storia vera e propria del video inizia dopo il 1965, anno in cui la Sony lancia sul mercato statunitense il PortaPak, diffuso poi in tutto il mondo a partire dal 1967. Nam June Paik e Les Levine sono due tra i primi autori a usare il mezzo televisivo nelle loro opere.
La sperimentazione e la facilità sempre maggiore di avere a disposizione gli strumenti per produrre opere video ha creato da una parte un'abbondanza di "artisti" che non hanno saputo amalgamare sperimentazione e abilità tecnica, e dall'altra una vasta schiera di scettici; la ricerca facile, l'autoreferenzialità, se non incanalate nella perizia tecnica facilmente si risolvono in sciatteria e banalità. L'intento della videoarte ai suoi albori era al contrario quello di sviluppare un senso critico verso l'arroganza passivizzante della televisione, e si proponeva come forma d'arte fortemente politica -ma questa sua vena si sviluppa proprio quando l'interesse politico va scemando.
Ormai la ricerca sperimentale, l'opposizione al mezzo televisivo non è più attuale, perché criticherebbe qualcosa di decadente e già prossimo alla fine. La videoarte rinasce come mezzo espressivo della realtà. Le comodità che la società ci offre richiedono un prezzo, e questo è la frammentazione del nostro tempo. Non abbiamo tempo e spazi da offrire all'arte, così la videoarte (o per meglio dire l'arte elettronica) si adegua o ci precede, riflettendo la multiforme visione del mondo con il minor numero di segni e nel minor tempo possibile, nonostante la materia trattata sia senza fine.